L’impresa è notevole: capire cos’hanno in testa gli americani, genere sfuggente su cui prima di lui si sono cimentati grandi giornalisti come Oriana Fallaci, Tiziano Terzani, Vittorio Zucconi, Ugo Stille ed Ettore Mò, solo per citarne alcuni. Ma Francesco Costa, tra l’altro direttore del Post, ha scelto di raccontarlo – per così dire - facendo il corrispondente dall’Italia e non il contrario: per rispondere alle domande che gli italiani si fanno sugli americani. In attesa del suo nuovo lavoro, sempre sugli Stati Uniti, in pubblicazione il prossimo autunno.
Nel tuo libro Frontiera. Perché sarà un nuovo secolo americano (Mondadori, 2024) tu scrivi: “Gli Stati Uniti stanno attraversando un momento affascinante e contraddittorio, poco compreso e per certi versi unico nella loro vicenda nazionale. Cos’hanno in testa gli americani al di là delle caricature che vanno forte sui media?”. Ecco iniziamo da qui, cos’hanno in testa alla luce degli ultimi sviluppi internazionali?
Queste righe sono state scritte prima della seconda elezione di Trump, e già questo è un elemento interessante perché attorno a Trump circolano domande che sarebbero adatte più ad un politico nuovo, a qualcuno che non abbiamo ancora capito. Ci si chiede come avere a che fare con lui, come i leader internazionali possono avere un rapporto con lui, quando in realtà lui è da dieci anni al centro della politica americana. Così come non capiamo lui, allo stesso modo non capiamo gli americani. In parte perché diamo per scontato di conoscerli, per via della familiarità che abbiamo con la loro cultura. In parte perché questo Paese è molto grande e diverso al suo interno, dipende cosa decidi di guardare: puoi trovare un’America a conferma di qualsiasi tesi, in cui gli antipodi sono da un lato New York, dall’altro l’America rurale. E poi gli americani cambiano con rapidità: cambiano casa dieci volte nel corso della loro vita, in media, e cambiano spesso anche partito politico. E lo fanno con radicalità: gli americani eccedono per antonomasia, tant’è che l’americanata per noi è una cosa esagerata.
Da osservatore di cose americane, cosa peserà di più alle prossime elezioni di mid-term? E soprattutto come si sta movendo l’opposizione? Perché l’impressione, al di qua dell’oceano, è che sia debole…
L’opposizione organizza grandi manifestazioni quando il governo compie azioni molto radicali, le persone si oppongono anche fisicamente, come è avvenuto lo scorso gennaio contro l’ICE. Abbiamo visto centinaia di cause legali contro le decisioni di Trump, che il presidente ha perso in gran parte e sulle quali è dovuto tornare indietro. Ma Trump ha anche espanso i poteri della presidenza e anzi li ha usati per colpire l’opposizione, non solo quella politica ma anche quella culturale, come nelle battaglie contro le università e i giornali. Non dimentichiamoci che i repubblicani hanno vinto la battaglia sui temi cruciali: immigrazione, economia, inflazione, politica estera sono quelli che spostano voti e su cui la fiducia nei confronti del Partito Democratico negli anni è crollata. La novità, stando ai sondaggi, è che gli americani oggi non si fidano più nemmeno di Trump. Le elezioni saranno un referendum sul presidente e le vincerà chi riuscirà a mobilitare più elettori contro l’avversario politico: anche i democratici scontenti voteranno più contro Trump che a favore del proprio partito.
Nel tuo libro c’è una sezione intitolata all’ingenuità degli americani: perché?
Il tentativo è capire come pensano gli americani. Che spesso vanno a dormire con la porta aperta – tanto a New York quanto in campagna – però poi hanno le armi sotto al cuscino. Quando stiamo per atterrare negli Stati Uniti siamo costretti a compilare un questionario in cui ci si chiede se siamo terroristi: un’assurdità per noi italiani, che pensiamo furbamente “anche se lo fossi, non lo scriverei”. Invece loro tendono a fidarsi del prossimo ma se vengono traditi poi sono severissimi. Questa ingenuità è un po’ una loro caratteristica, che li porta a credere anche ai politici che dicono cose assurde: a volte innesca grandi imprese – per esempio Kennedy che promette di andare sulla luna – altre volte li mette nei guai. Sono un po’ cringe, per usare una loro parola.
Come viaggi di solito negli Stati Uniti? E che rapporto hai con il treno?
Vado in America cinque o sei volte l’anno, sulla base di quello che succede, sempre in posti diversi. Parlo con le persone, con gli italiani che sono sempre ottime fonti di esperienze vissute, con i politici, con gli attivisti. Per fare tutto questo mi devo muovere in auto, anche perché il sistema ferroviario lì non è sviluppato come Italia, questo va detto. Ma capita spesso nei miei viaggi, anche in mezzo a paesaggi desolati, di fermarmi ad un passaggio a livello, in attesa dei treni merci che compaiono in tanta letteratura e tanto cinema: lì hai l’impressione di sospendere il tuo viaggio, smetti di pensare ai tuoi impegni e vieni completamente assorbito dal paesaggio dominato dalla presenza del treno.
Il nuovo secolo sarà comunque americano?
Secondo me si: il ‘900 lo è stato e non vuol dire che allora gli Stati Uniti dominassero il mondo – ricordiamoci che c’era dall’altra parte l’impero sovietico – né che fossero perfetti all’interno – pensiamo alla segregazione razziale; per non parlare dei diversi disastri disseminati in ogni continente. Eppure sono stati un motore inesauribile: credo che sarà ancora così. Non saranno un modello ma daranno ancora le carte: gli anni di Trump ce lo dimostrano, basta pensare a cosa è successo in pochi mesi in Venezuela e in Iran.
Il reportage, il genere giornalistico per antonomasia, rischia di scomparire: come può salvarsi?
Anzi, diventerà sempre più centrale. Perché gran parte di quello che facciamo oggi davanti a un computer sarà preso in carico dall’intelligenza artificiale, perfino la scrittura di un articolo o la ricerca di informazioni. Ma i software non possono processare alcuna nuova informazione se non vengono istruiti, non possono scoprire nulla di nuovo. L’IA non potrà andare al fronte in Ucraina, lì ci deve andare una persona a parlare, prendere appunti: ecco perché penso che come genere giornalistico il reportage sopravviverà.
Gianni Zecca